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Utopie del futuro possibile – Il manifesto dell’Architettura Futurista

23 Maggio 2018

Rivoluzionari, libertini, misogini, sprezzanti, ribelli. I futuristi  erano decisi a cancellare il passato e, in una certa misura, il presente.

Proiettati a folle velocità verso un futuro impossibile (o possibile?), pronti a sfondare i limiti e le barriere (e pronti a chiamare i propri figli Luce ed Elica).

Eliminare alla radice. Epurazione totale.

Al grido di “Guerra!”, sola igiene del mondo.

Erano un filo esaltati, forse.

Il futurismo era un credo. Una nuova religione. Più che una serie di manifesti, Marinetti e gli altri avevano provveduto a pubblicare dei vangeli. Ricchi di regole comportamentali e di imposizioni incontestabili, avevano l’obiettivo di cancellare la vecchia morale e sostituirla con una nuova morale di stampo meccanicista.

Un nuovo universo si apriva agli occhi dei baldi giovani futuristi, che correvano in macchina, disprezzavano la donna (salvo poi essere riabilitata in parte da meravigliose quanto deliranti figure quali ad esempio Valentine de Saint Point), spezzavano tutti gli schemi in tutte le discipline dell’arte e della letteratura, volevano radere al suolo le città vecchie.

 

 

Distruzione del passato per un futuro migliore

Era possibile estirpare le proprie radici e guardare esclusivamente verso l’avvenire?

Per i futuristi, si.

Bisognava tagliare il cordone ombelicale. Per iniziare avevano cominciato col coniare nuovi termini, come ad esempio passatista. Estrema opposizione a futurista.

E con questa parola esprimevano tutto il disprezzo possibile per ciò che fino ad allora era stato il mondo intero. Volevano bruciare le biblioteche e inondare i musei deviando il corso del Po.

Quindi il messaggio era forte e chiaro.

La violenza con la quale si esprimevano era eloquente e spaventosa. In un’Italia chiusa nel moralismo più profondo, incatenata agli schemi più rigidi, il futurismo appariva come una bestemmia. Eppure era necessario scuotere, sconquassare e strattonare. Abolire l’immobilismo mortale della giovane Italia che precede la prima guerra mondiale. Il futurismo fiorisce come un’utopia eppure come un motore fondamentale alla ribellione. Sebbene breve.

La delusione, per il ribelle e giovane mondo dell’arte e della letteratura, arrivò molto presto.

Tra i manifesti spicca quello dell’Architettura Futurista. Scritto nel 1914 e firmato da Antonio Sant’Elia. Anche se leggendolo si capisce bene che è stato scritto a più mani. Tra tutte si riconoscono quelle di Marinetti.

 

 

Essi perseverano cocciuti con le regole di Vitruvio, del Vignola e del Sansovino e con qualche pubblicazioncella di architettura tedesca alla mano, a ristampare l’immagine dell’imbecillità secolare sulle nostre città

 

 

Per una casa e una città futuriste

Chi accompagnava Sant’Elia nell’avventura del Gruppo Nuove Tendenze ha fatto presto ad attaccarlo pesantemente e criticarlo ferocemente. È stato alto tradimento. Hanno sentenziato. Il manifesto è carta straccia, affermavano con sdegno.

All’interno una serie di regole dominate da grassetti che strillano Rivoluzione!

Riprende la struttura tipica del manifesto futurista dove spiccano forti le parole Combatto,  Disprezzo e Proclamo. Un’emanazione di leggi in piena regola. Le leggi per la casa e la città futurista.

Una città e una casa caduche, destinate a morire ad ogni cambio di generazione. A rinascere con ogni nuova genesi di uomini futuristi.

La città futurista non è da considerare da un punto di vista tradizionale, si abbandona il dettaglio e ci si concentra piuttosto sui “grandi aggruppamenti di masse” dove la facciata non conta più niente e troneggia su tutto la “vasta disposizione delle piante”

Nonostante la negazione più feroce nei confronti dell’architettura austriaca, ungherese, tedesca e americana, i futuristi si trovano in grande sintonia con il pensiero di un grande architetto austriaco (anche se forse tendono a non prendere la cosa in considerazione, vista la questione del futurismo che non ha radici).

Adolf Loos che anni prima aveva scritto Ornamento e Delitto, scuotendo l’opinione pubblica che si era espressa con un rumoroso mormorio di disapprovazione, esprimeva lo stesso rifiuto al decoro che Sant’Elia propone con disprezzo nel suo manifesto. Si era rotto delle decorazioni classiche, degli abomini del neoclassicismo, per non parlare degli aborti raccapriccianti prodotti dall’eclettismo. Un miscuglio informe di stili passatisti che non significano nulla e non danno nulla la nuova città futurista.

 

 

La casa e la città spiritualmente e materialmente nostre, nelle quali il nostro tumulto possa svolgersi senza apparire grottesco

 

 

Rompere con il passato

Basta con Vignola, Vitruvio e Sansovino. Bisogna epurare l’architettura da ogni ricorso al passato. Da oggi in poi il passato non deve esistere più.

La città futurista è costruita per e con il movimento. La fabbrica e la macchina sono i nuovi dei nei loro vangeli. È un secondo Illuminismo. La velocità delle automobili e delle comunicazioni, le ferrovie e le centrali elettriche. Tutto deve muoversi a questa velocità. Abbandonare il decoro significa esaltare i nuovi materiali e mostrarli in tutta la loro brutale magnificenza.

Ferro, vetro e cemento.

Niente più scale, ma ascensori che si muovono vorticosamente per piani e piani di grattacieli interminabili, tra pali del telegrafo senza fili. Le strade sprofondano al di sotto della quota zero e confluiscono in esse tutte le migliaia di automobili che popoleranno presto le città futuriste.

Metropolis.

Abbandonare il monumentale e il tradizionale come fine ultimo di questa generazione che avrà ben 10 anni per realizzare questo nobile proposito e che accoglierà ben volentieri la morte quando la prossima sarà pronta ad eliminarli.

I nuovi futuristi guarderanno i vecchi con gli occhi gonfi di orgoglio e ammirazione.

E nel mentre li ammazzeranno.

Il dubbio ci assale nel comprendere la logica di questo passaggio. Violenza e legge della giungla sembrano dominare il pensiero futurista.

Basta con l’architettura che è “vacua esercitazione stilistica”, non si può più vivere in case e città che possono essere adatte solo agli uomini di secoli e secoli fa. Hanno aderito alla velocità e rinunciato al pesante e al monumentale, che ha un non so ché di funebre. L’architettura tradizionale ha scritto il suo epitaffio. E ora si può ricominciare daccapo.

 

 

Sant’Elia: futurismo e monumentalità

A ben guardare i disegni di Sant’Elia, che morì in battaglia nel 1916 e non realizzò mai nessuno dei suoi progetti futuristi, gli aggettivi usati da lui nel manifesto del’14 non sono esattamente quelli che ti vengono in mente. Leggero, effimero. No. Pratico? Forse. Veloce? Probabilmente si. Con le sue autostrade interrate e distinte per tipo di traffico e gli ascensori tipici dei grattacieli americani (orrore!).

No, onestamente l’aggettivo migliore che viene in mente è: monumentale.

Per Dio che eresia! Un futurista monumentale non si era mai visto.

Certo, non si tratta di cattedrali, né di palazzi, eppure magnificenza e monumentalità sono esattamente gli aggettivi che vengono in mente pensando alle architetture visionarie di Sant’Elia. È come se il significato di monumento fosse cambiato e sotto altro nome, avesse smesso di essere commemorativo o semplicemente celebrativo. Il nuovo monumento è espressione della gigantesca macchina tumultuosa che dovevano essere la casa e la città futurista. Un immenso cantiere in continuo mutamento. Era funzionalità, utilità, acceleratore del progresso. Eppure ancora arte. L’arte della nuova era della macchina.

Un mondo visionario da cui molti grandi architetti attinsero, ricolmo di speranza e di follia di gioventù.

Chissà se Sant’Elia ha fatto in tempo a vedere la delusione negli occhi di Boccioni, quando aveva capito che il futurismo non era altro che utopia. E se in quel caso avrebbe mai cambiato idea sul suo credo.

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