Lo stile di Mussolini
In fatto di gusto architettonico Mussolini era particolarmente volubile, il ché ha creato non poca confusione nella testa dei suoi interlocutori. Classico e moderno si alternavano in maniera confusa, in un turbine di stile. Per gli architetti era una vita d’inferno. Cercavano di stare dietro al Duce che con agilità e grazia cambiava da un’idea all’altra. La dinamica era simile a quella che nasceva tra il poliziotto che inseguiva e il ladro che gli sfuggiva nei film muti di Chaplin. Era inafferrabile. La chiave stava naturalmente nella politica e nella necessità che affiorava dalle vicende di questa natura. Qualcuno coglieva questa sostanziosa sfumatura, qualcuno no, ma era durissima.
Regole e variabili
Mussolini, che aveva appena tirato il sasso e nascosto la mano con gesto fulmineo, faceva l’arbitro. Non per imparzialità, ma piuttosto perché era l’unico che poteva assegnare il punteggio. Secondo regole variabili.
Regola variabile n.1
Chi non fa parte del cerchio della fiducia deve considerarsi escluso fino a data da destinarsi. Tale gruppo ristretto poteva variare i suoi membri a seconda della capacità di questi di adattarsi ai cambiamenti e rinunciare in parte ai propri principi.
Regola variabile n.2
L’architetto di regime è quell’individuo laureato che è capace di giocare bene le sue carte e di adattarsi ad ogni cambio di stile imposto dall’arbitro di gara. Anche in corsa.
Regola variabile n.3
Vietato rimanerci male se si viene esclusi da un concorso truccato. Dietro c’è certamente una logica che vi sfugge. E soprattutto la prossima volta potreste essere proprio voi a vincere, grazie alla suddetta logica sfuggente.
Regola variabile n.4
Vietato affezionarsi al proprio progetto. State pronti a vedervi cambiare il vostro progetto in quello di qualcun’altro, ma firmato da voi.
Regola variabile n.5
Tenete le orecchie e gli occhi bene aperti. Siate pronti ad usare lo stile di regime del momento.
L’architetto deve sapersi modellare come lo stucco in una crepa.
Il fascismo nell’arte
In questo momento storico anche l’arte rifiorisce e produce manifesti diametralmente opposti, com’era di moda all’epoca. Ma una cosa li accomunava: tutti si sentivano adatti a rappresentare il fascismo. Dai futuristi della seconda era, come Depero e Prampolini, ai classicisti, come Casorati e Sironi (che dava tutto sé stesso nelle pitture murali).
Questi ultimi che facevano parte del Gruppo ‘900 avevano un asso nella manica. La loro promotrice era Margherita Sarfatti, critico d’arte, ma soprattutto amante di Mussolini. Che però non l’aveva aiutata granché dopo l’emanazione delle leggi raziali. Purtroppo il caso ha voluto che Margherita fosse ebrea e niente poté l’amore contro l’amicizia del Duce con Adolf (Hitler). Il massimo che le aveva offerto era stato un espatrio sicuro, il ché non era certo da buttare a mare.
Comunque, lo spirito della rivoluzione e della patria albergava in tutti gli artisti. Più forte che mai.
Arte e architettura, ufficiali e fascistissime, erano l’obiettivo da raggiungere.
L’architetto del regime
Ritorniamo ora alla figura dell’architetto.
Due grandi fazioni avevano preso a cuore la causa. Da una parte i classicisti che non rinunciavano per niente al mondo alla colonna classica e al bugnato rinascimentale.
Tra gli aficionados Gustavo Giovannoni era in testa.
Padre della scuola romana di architettura era tra quelli che sosteneva la figura dell’architetto integrale. Questo personaggio doveva avere una solida base di disegno e ornato, di storia e conoscere a menadito le regole della progettazione. Diciamo che non aveva grande attenzione per le trasparenze e le mirabolanti possibilità del ferro e del cemento. Però aveva fatto fare passi da gigante alla disciplina del restauro.
Al secondo posto di questa classifica, Marcello Piacentini che lo seguiva in attesa che arrivasse il suo momento. Giocando d’astuzia aveva risalito la china fino a comparire in tutte le fotografie di Mussolini che a quel punto gli concedeva tutti i cantieri migliori. Photobombing di altri tempi.
Quando il duce sembrava preferire una sobrietà classica e monumentale, lui c’era. Che ansia.
Con loro, certi giovanissimi talenti assicuravano un futuro luminoso a un classicismo moderato (a tratti sperimentale). Tra questi Giò Ponti che probabilmente nel fascismo ci credeva sul serio.
Dall’altra parte della barricata, alcuni giovani architetti, specialmente quelli milanesi che si erano laureati al politecnico, issavano la bandiera del Razionalismo.
Il Gruppo 7 era un collettivo fondato nel 1926, razionalisti fino al midollo, volevano portare in Italia la rivoluzione architettonica che investiva l’intera Europa. La nuova architettura si fondava non solo sulla rivoluzione tecnologica dei materiali, ma anche e soprattutto sulla risoluzione delle questioni sociali. Il motto era “l’architettura ci salverà. Calcoliamo due parametri e i poveri si sentiranno meno poveri”. Exsistenzminimum. Architettura piccola ma grandiosa. “Fenomenali poteri cosmici in un minuscolo spazio vitale”. Immaginate quanta commozione negli occhi degli architetti della giovane Italia. L’entusiasmo era dilagante. La soluzione a portata di mano.
Principio generale: Forma-segue-funzione.
Ok, ricevuto.
Principi di estetica del futuro
L’estetica moderna e quindi razionalista, sapeva essere morbida e accattivante, liscia e luccicante. Trasparente, ammaliante. Una specie di monumento con le finestre negli angoli e i tetti come giardini dell’eden. Era lontano anni luce dall’ecclettismo e dalla decorazione. Una dichiarazione di guerra al classico. Eppure aveva un non so ché di classico. Sarà stata la purezza dei volumi o il candore delle superfici o le perfette proporzioni. Mah.
Fatto sta che Mussolini si era fermato ad un’analisi esteriore del fenomeno e ad un certo punto aveva deciso di arginarlo. Dapprima modellando le soluzioni moderne alle necessità del regime, fino alla totale estinzione della corrente.
La versione dei nostri
Il Razionalismo, era la nostra versione del Movimento Moderno europeo, quello di Mies e le Corbusier per intenderci. Era nato con lo spirito della modernità, ma era viziato da una serie di leggi che ci impedivano di esplorarlo fino in fondo. A partire da quella legge del ‘23 che diceva “ok, siamo nella merda. Facciamo economia. Niente ferro, solo calcestruzzo armato”. Fino ai provvedimenti della politica autarchica. Noi purtroppo abbiamo sempre la “nostra versione” delle cose che cerchiamo di far combaciare in parte con qualcosa che abbiamo già. Abbiamo un’alta resistenza alle novità che arrivano dall’estero. Un buon sistema immunitario insomma. Lunghi aculei da istrice ci proteggono.
Ciò che è certo è che queste restrizioni avevano fatto volare altissimo la fantasia degli architetti che avevano prodotto architetture stupefacenti. Rigore e fascino, soprattutto negli edifici pubblici e di rappresentanza. Mirabolanti e sinuosi palazzi postali, sedi congressuali, edifici universitari. Alla fine il genio si era fatto spazio e aveva trovato una vera declinazione italiana dell’architettura moderna.